Valter Lavitola, ex manager legato a vicende giudiziarie di rilievo nazionale, ha scelto di collaborare con la giustizia. Durante l'interrogatorio di garanzia svoltosi nel carcere di Rebibbia, ha confermato l'ipotesi accusatoria della Procura e ha ammesso di essere stato il mandante dell'attentato ai danni del giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. La notizia, riportata dal suo avvocato Sergio Cola, getta nuova luce su una vicenda che ha scosso il mondo dell'informazione italiana.
Secondo quanto dichiarato dal legale, Lavitola avrebbe agito con un intento che definisce protettivo. Avrebbe cioè commissionato l'attacco per tutelare l'incolumità di Ranucci, che sarebbe stato oggetto di numerosi tentativi di aggressione. L'obiettivo dichiarato sarebbe stato quello di innalzare il livello di protezione attorno al giornalista, in un contesto di crescenti minacce. Una giustificazione che appare delicata e che sarà compito dei magistrati valutare nella sua interezza.
Le parole di Ranucci e il riferimento ai martiri della chiarezza
La vicenda ha immediatamente suscitato la reazione dello stesso Ranucci, che su Facebook ha affidato ai suoi follower una riflessione profonda. Il conduttore di Report ha tracciato un parallelo tra la sua esperienza e quella di figure simbolo della lotta alla criminalità e al potere occulto in Italia. Ha ricordato il filo che lega Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sottolineando come la storia italiana non uccida i suoi uomini migliori per debolezza, ma piuttosto per un eccesso di chiarezza.
Ranucci ha aggiunto che queste figure muoiono tutte nello stesso modo, non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto, un attimo prima degli altri, il disegno intero di cui erano parte. E per aver tentato, con l'ingenuità di chi crede ancora nella verità come un bene comune, di raccontarlo a voce alta. Un messaggio che suona come un monito e una denuncia, in un momento in cui la sicurezza dei giornalisti torna al centro del dibattito pubblico.
La confessione di Lavitola rappresenta un punto di svolta nelle indagini. Resta ora da capire quali ulteriori dettagli emergeranno e quali conseguenze giudiziarie comporterà. La vicenda, intanto, alimenta la riflessione sul delicato equilibrio tra libertà di stampa e pressioni esterne, in un paese che continua a fare i conti con la propria storia complessa.
Fonte: https://www.italpress.com/lavitola-gip-io-mandante-attentato-ranucci