Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, componente della Commissione Parlamentare Antimafia, ha rilanciato una dura accusa contro l'ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, definendo la sua gestione del regime carcerario del 41 bis nel 1993 come una vera e propria resa dello Stato di fronte alla mafia. Le sue dichiarazioni, apparse in un articolo sul quotidiano Il Tempo, si basano su documenti ufficiali e sentenze giudiziarie che ricostruiscono un intreccio politico-istituzionale destinato a far discutere.
L'incontro segreto al Quirinale e la lettera dei familiari dei detenuti
Secondo Gasparri, tutto ebbe inizio il 31 marzo 1993, quando al Quirinale si presentarono Don Cesare Curioni, capo dei cappellani delle carceri italiane, e Monsignor Fabio Fabbri, suo vice. L'incontro con il Presidente Scalfaro risulta registrato nel portale storico della Presidenza della Repubblica, che elenca gli appuntamenti ufficiali. Oggetto del colloquio fu una lettera di protesta inviata dai familiari dei mafiosi detenuti in regime di 41 bis, un trattamento che prevede un rigido isolamento. I parenti chiedevano un intervento umanitario, ma con toni che Gasparri definisce a tratti minacciosi. La vicenda venne poi confermata da Fabbri in occasione di importanti processi, e le stesse sentenze ne fanno menzione esplicita.
La sentenza della trattativa Stato-Mafia e il ruolo di Scalfaro nella rimozione di Amato
Il senatore forzista cita in particolare la sentenza del processo sulla presunta trattativa Stato-Mafia, a pagina 2585, dove si legge che molteplici elementi fattuali convergono a comprovare che l'obiettivo del Quirinale era favorire un cambio di passo nell'ammorbidimento della politica carceraria. Questo avrebbe portato all'allontanamento del capo del DAP Nicolò Amato e alla sua sostituzione con Adalberto Capriotti, un magistrato gradito a Scalfaro. La Corte di assise d'appello ricostruisce tali eventi in una fase segnata dai nuovi attentati mafiosi, tra cui la strage di via dei Georgofili a Firenze del 27 maggio 1993. È in quel contesto che Fabbri e Curioni fecero il nome di Capriotti al ministro della Giustizia Conso, che poi lo nominò effettivamente al vertice del DAP.
La mancata proroga di 334 provvedimenti e la concessione alla mafia
Nel novembre del 1993, il ministro Conso decise di non rinnovare 334 provvedimenti di carcere duro per altrettanti detenuti mafiosi. Conso, in varie occasioni successive, ha dichiarato di aver preso quella decisione in completa solitudine, ma ha anche ammesso che fu un atto per smussare la tensione. Secondo Gasparri, ciò equivale a una concessione alla mafia per fermare l'ondata di attentati della stagione 1992-1993, una vera e propria resa dello Stato. Le sentenze che riguardano quella fase sottolineano la funzione propulsiva del capo dello Stato, Scalfaro, in quella decisione, e mettono in luce il ruolo di capro espiatorio di Nicolò Amato, che rifiutò ogni incarico di riparazione per l'ingiusta rimozione.
La verità secondo Gasparri tra carte giudiziarie e diari del Quirinale
Gasparri conclude che la verità emerge dalle carte giudiziarie, dai diari del Quirinale e dalle dichiarazioni di Fabbri e altri protagonisti. Scalfaro, entrando in ruoli che non erano i suoi, si assunse una grave responsabilità, contribuendo a individuare il sostituto di Amato e ordinandone la rimozione immediata. La decisione di Conso di cancellare centinaia di 41 bis nel novembre 1993 fu, secondo il senatore, l'esito di questo forte impulso scalfariano. Nonostante le smentite e le indignazioni, Gasparri ribadisce che questa è stata la vera trattativa tra Stato e mafia, e che negarla significa andare contro l'evidenza dei fatti.