La protesta contro il caro gasolio si allarga e assume i contorni di una mobilitazione regionale.
La marineria saccense aveva già lanciato l'allarme nei giorni scorsi, denunciando l'insostenibilità degli attuali costi del carburante in vista della conclusione del fermo biologico, prevista per il 30 settembre.
Ora la protesta coinvolge le marinerie siciliane e calabresi, che hanno annunciato una mobilitazione per il prossimo 22 ottobre con il blocco dello Stretto di Messina.
La decisione è stata assunta al termine dell'assemblea delle marinerie siciliane svoltasi al porto di Catania.
La protesta dovrebbe coinvolgere circa 100 pescherecci provenienti dalla Sicilia e dalla Calabria.
A confermare la mobilitazione è stato Fabio Micalizzi, presidente della Federazione armatori siciliani.
Al centro della vertenza c'è il prezzo del gasolio, diventato ormai una delle principali voci di costo per le imprese di pesca.
Gli armatori chiedono al Governo l'introduzione di un tetto al prezzo del carburante destinato alla pesca professionale: tra 0,40 e 0,50 euro al litro in condizioni ordinarie e, nella fase di emergenza attuale, comunque non oltre 0,60-0,70 euro.
Una richiesta che si inserisce nell'allarme lanciato dalla marineria di Sciacca, dove le tre strutture associative e gli armatori, riuniti sabato scorso, hanno evidenziato come il gasolio abbia ormai superato quota 1,30 euro al litro. Un livello che, secondo gli operatori saccensi, rischia di rendere economicamente insostenibile la ripresa dell'attività dopo il fermo biologico.
«Uscire in mare con questi costi significa, in molti casi, andare incontro a perdite economiche che le imprese non sono più in grado di sostenere», avevano evidenziato gli armatori di Sciacca, sottolineando anche le possibili ripercussioni sull'occupazione e sugli equipaggi.
Il timore è che, una volta terminato il fermo biologico, una parte della flotta possa non tornare immediatamente in attività proprio per l'impossibilità di sostenere i costi delle uscite in mare. La marineria saccense ha quindi chiesto interventi immediati al Governo nazionale e alla Regione, pur riconoscendo l'esistenza di misure di sostegno già adottate o di prossima attuazione. Per gli operatori, tuttavia, gli interventi previsti non sarebbero sufficienti, nelle condizioni attuali del mercato, a garantire la sostenibilità economica della pesca.
Adesso la questione supera i confini di Sciacca e si trasforma in una vertenza che coinvolge l'intero comparto regionale.
L'obiettivo dichiarato dalle marinerie è ottenere misure strutturali sul costo del carburante, considerate necessarie per consentire alle imprese di continuare a lavorare.
«Il gasolio è la nostra materia prima: senza carburante i pescherecci restano in porto e le imprese muoiono», ha dichiarato Micalizzi, secondo quanto riferito dal Giornale di Sicilia, spiegando che crediti d'imposta e altre misure di sostegno non sarebbero sufficienti a compensare l'aumento dei costi.
La mobilitazione dei pescatori si intreccia, inoltre, con quella degli autotrasportatori siciliani, che chiedono alla Regione l'attuazione delle misure annunciate a sostegno del settore e prospettano, in assenza di risposte, iniziative di protesta fino al blocco dei porti.
Il quadro che emerge è dunque quello di una crescente mobilitazione dei settori produttivi siciliani colpiti dall'aumento dei costi energetici. Per la pesca, il primo appuntamento è rappresentato dalla conclusione del fermo biologico del 30 settembre.
Le marinerie dovranno decidere se e come riprendere l'attività in un contesto nel quale il costo del carburante continua a rappresentare un'incognita pesante sui bilanci delle imprese.
Da Sciacca a Catania, fino alla prospettata mobilitazione nello Stretto di Messina, la richiesta degli operatori è la stessa: interventi che consentano alle imprese di pesca di tornare in mare e continuare a lavorare senza trasformare ogni uscita in una perdita economica.