La discussione sulla riforma delle pensioni torna al centro del dibattito politico in vista della prossima legge di bilancio. Il Governo valuta due ipotesi per consentire un'uscita anticipata dal lavoro rispetto ai 67 anni previsti dalla legge Fornero. La prima prevede una soglia anagrafica ridotta a 64 anni, la seconda un accesso libero dopo 41 anni di contributi con un taglio progressivo dell'assegno. Entrambe le soluzioni comporterebbero una riduzione dell'importo pensionistico per i lavoratori interessati.
Quattro anni di restrizioni hanno ridotto le opzioni di flessibilità
Negli ultimi quattro anni gli strumenti di flessibilità pensionistica sono stati progressivamente limitati. Quota 103 e Opzione Donna hanno perso efficacia, restringendo le possibilità di uscita anticipata. Questo ha portato a un innalzamento dell'età media di pensionamento, con benefici per i conti pubblici. Tuttavia, questa linea contrasta con uno dei punti storici del programma della Lega, che chiede una revisione della legge Fornero per abbassare l'età pensionabile. A complicare il quadro, dal 2027 è previsto un nuovo adeguamento dei requisiti alla speranza di vita, che senza correttivi lascerebbe solo le opzioni ordinarie la pensione di vecchiaia a 67 anni e un mese con almeno 20 anni di contributi o la pensione anticipata con 42 anni e 11 mesi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne.
L'ipotesi dei 64 anni e il ricalcolo contributivo come contropartita
La prima proposta, indicata come obiettivo del Carroccio, prevede l'introduzione di una soglia anagrafica di 64 anni. Una misura di questo tipo avrebbe un costo per la finanza pubblica, che andrebbe compensato. L'ipotesi più concreta è il ricalcolo contributivo delle quote di pensione maturate con il metodo retributivo, che riguarderebbe chi ha iniziato a lavorare prima del 1995. Applicando il metodo contributivo anche a quegli anni, l'importo della pensione si ridurrebbe, generando un risparmio per lo Stato tale da rendere sostenibile l'anticipo a 64 anni.
Quota 41 flessibile con taglio progressivo dell'assegno
Se la prima proposta non trovasse sostegno, la Lega ha pronta un'alternativa la cosiddetta Quota 41 flessibile. Questo meccanismo consentirebbe l'accesso alla pensione a chiunque abbia maturato 41 anni di contributi, indipendentemente dall'età anagrafica. In questo scenario, la compensazione non passerebbe dal ricalcolo contributivo, ma da una riduzione progressiva dell'assegno, proporzionale al numero di anni di anticipo rispetto ai requisiti ordinari. L'ipotesi allo studio prevede una decurtazione del 2% per ogni anno di anticipo, fino a un tetto massimo del 10% per un pensionamento a 62 anni.
Chi viene penalizzato da ciascuna ipotesi
Le due proposte rispondono a logiche diverse e favorirebbero platee differenti di lavoratori. Il ricalcolo contributivo penalizza soprattutto chi ha maturato quote consistenti con il metodo retributivo, quindi i lavoratori con carriere lunghe iniziate prima del 1995. Per loro l'anticipo a 64 anni comporterebbe un assegno più basso, ma non necessariamente insostenibile. La Quota 41 flessibile, al contrario, prescinde dall'età e guarda solo all'anzianità contributiva, premiando chi ha iniziato a lavorare presto, ma con un taglio percentuale certo e crescente quanto più l'uscita è anticipata.