La Festa del Cinema di Roma ha accolto la presentazione di Mustang, l'opera con cui Kasia Smutniak passa dietro la macchina da presa per raccontare una vicenda personale lunga oltre due decenni. Il film nasce dalle riprese amatoriali che l'attrice aveva realizzato nel 2003 insieme a Pietro Taricone, scomparso nel 2010, durante un viaggio al confine tra Nepal e Tibet. Da quel materiale grezzo e privato prende forma un racconto che attraversa il tempo e arriva al pubblico con una forza inattesa.
Un arco narrativo di ventitré anni tra memoria e trasformazione
«È una storia raccontata decisamente a strati, anche emotivi, nell'arco di 23 anni», ha spiegato la regista. «Sono partita in un certo modo e arrivata in un altro». Smutniak descrive il proprio lavoro come un viaggio lungo e in parte metaforico, non soltanto fisico. Un on the road autentico, precisa, non perché la protagonista si metta in cammino, ma perché la vita stessa è un viaggio. Vent'anni rappresentano un arco narrativo ampio, capace di contenere cambiamenti profondi. La presentazione romana diventa così il punto di arrivo di un percorso iniziato quasi per caso e concluso davanti al pubblico, con la consapevolezza che le storie acquistano senso solo quando vengono condivise. È la grande magia del cinema, sottolinea l'attrice, la cosa che più la affascina.
La promessa del 2003 e la scuola costruita dalla figlia Sophie
Nel 2003 Kasia e Pietro partono per il Mustang e si impegnano a proteggere la cultura locale. Anni dopo è la figlia Sophie a riscoprire i ricordi di quei viaggi e, grazie all'incontro con Kunzom, a realizzare quella promessa costruendo una scuola per i bambini della regione. La proiezione assume quindi il valore di un passaggio, in cui un'esperienza profondamente privata si apre al pubblico e restituisce un volto concreto a un luogo spesso conosciuto soltanto attraverso immagini e racconti. «Oggi è un momento strano», racconta Smutniak. «Questa storia diventa qualcosa che non è solo una cosa astratta o un nome associato alle macchine o ai cavalli, ma un luogo ben preciso, con le persone e le loro storie».
La voce narrante affidata a Sophie e il cerchio che si chiude
La scelta di affidare proprio a Sophie la voce narrante conferisce al racconto una dimensione ancora più intima. «Questo film per me è una porta che si apre e si chiude, un cerchio che si compie», afferma la regista. «È tutto molto personale. Il mio lavoro da attrice presume di dare tutto quello che ho dentro, solo che il pubblico non sa cosa è vero e cosa è finto. Io rendo tutto personale». Qui, aggiunge, il messaggio arriva forse con più facilità perché ci sono nomi e volti riconoscibili. Per un'artista, si chiede, che senso avrebbe fare una cosa che non sia personale. In questo caso la dimensione privata è semplicemente più evidente.
La lavorazione partita nel 2018 e la domanda della figlia sulla telecamera
La lavorazione era iniziata nel 2018, quando la regista ha cominciato a raccogliere il materiale e a interrogarsi sulla forma da dare al racconto. Sophie era ancora piccola e il progetto è rimasto a lungo in una fase di elaborazione, mentre Smutniak continuava a lavorare ad altri film. Poi qualcosa è cambiato. Sophie è cresciuta e ha deciso di affrontare un viaggio in solitaria nel Mustang. Prima di partire ha rivolto alla madre una domanda destinata a dare una svolta al progetto, chiedendo dove fosse la telecamera del padre. «In qualche modo è stata proprio lei a portarmi a farlo», conclude la regista. Una domanda semplice, capace di riaprire una storia rimasta in sospeso e di trasformare la memoria in un nuovo viaggio, mentre una promessa personale diventa un gesto concreto di speranza e di futuro.