Scene d'impatto, costumi, navi imponenti, un cast affascinante, il fragore delle battaglie. Eppure a scuotere non è tanto la tecnica e il vigore spettacolare, quanto la scenografia più semplice, quella scritta nell'animo umano: la sensibilità e l'umanità con cui Christopher Nolan racconta Ulisse. La sua non è soltanto la storia dell'eroe che torna da Troia. È la storia di un uomo, di un marito, di un padre, di un compagno che porta sulle spalle il peso delle proprie scelte.
L'Odissea diventa così un viaggio di conoscenza, non solo per Ulisse, ma anche per chi lo attende. Un figlio che ha bisogno di sapere se il padre sia ancora vivo e che antepone il desiderio della verità alla brama del potere. Un cane, Argo, che riconosce il proprio padrone prima ancora che lui possa rivelarsi. Una regina, Penelope, che è prima di tutto una moglie fedele e donna che continua ad attendere il proprio marito.
Il canto delle Sirene come metafora dei sensi di colpa
Il viaggio raccontato da Nolan attraversa le tappe principali del poema: il cavallo di Troia, la maga Circe, il canto delle Sirene. Ma il loro canto non promette più soltanto il sapere. Diventa 'il canto di tutte le promesse che non ho mantenuto', dice Ulisse. Dunque non è il fascino delle Sirene ad assordarlo, ma i suoi sensi di colpa. Ed è proprio qui che risiede l'originalità di Nolan, quella che permette di andare oltre le obiezioni di carattere filologico.
Il regista, infatti, non mira a una trasposizione rigorosamente fedele del poema omerico: utilizza l'Odissea per interrogare temi universali – la colpa, la memoria, la responsabilità, il ritorno – restituendone tutta la sorprendente attualità. Non proietta sui grandi schermi l'Odissea, bensì una Odissea, capace di mostrare come i valori e i conflitti narrati da Omero continuino a parlare fino ai nostri giorni.
Le dicerie e l'opinione pubblica nell'antica Grecia
Seguendo questa linea, Nolan, con estrema sottigliezza, ripropone temi di grande attualità, come, per esempio, le dicerie. Durante il simposio – dal greco sympínein, bere insieme – Telemaco ascolta le voci che circolano sul padre. 'È ricco. È povero. È vivo. È morto'. Sono le stesse dinamiche che oggi chiameremmo opinione pubblica: una forza capace di orientare il pensiero degli uomini molto prima dell'esistenza dei mezzi di comunicazione moderni. Perché Ulisse, così come vuole far trasparire il regista, è soprattutto un uomo, dotato di sensibilità, caratteristica che nel corso del film si libera dal pregiudizio di essere prettamente femminea, per divenire invece degna di un eroe come lui.
Penelope e il ruolo centrale delle donne nell'opera
Le donne non vengono messe in scena come figure accessorie, bensì come modi diversi di interrogare Ulisse. Atena, interpretata da Zendaya, non è soltanto la dea della sapienza. È la guida del suo viaggio interiore, la coscienza che continuamente lo costringe a guardarsi dentro. Penelope è il vero centro morale del racconto. Non è semplicemente la moglie fedele. È una donna assennata, capace di trasformare l'intelligenza in fedeltà. La lingua greca qui è decisiva. L'epiteto periphronnon non significa soltanto 'prudente': indica una saggezza che possiede un valore etico, una forma di accortezza morale. Le sue astuzie non sono inganni fini a sé stessi, ma strumenti attraverso cui custodisce il matrimonio.
Dopo vent'anni Penelope compare finalmente davanti a Ulisse. La regina davanti al mendicante, non vestita a lutto, ma nello splendore afrodisiaco che gli dèi le concedono, con tutta la nobiltà di una grande sovrana. Prima 'regina' poi 'mia signora': così Ulisse, nel film, si rivolge a Penelope, in un progressivo riconoscimento che restituisce insieme la dignità della sovrana e l'intimità della donna amata. Ed è proprio qui che emerge la sua intelligenza. Prima del riconoscimento non si abbandona all'emozione. Mette alla prova quello straniero parlando di un dettaglio, il segreto che soltanto il marito può conoscere. È un comportamento astuto, persino malizioso, ma profondamente coerente con la sua figura. Penelope non smette mai di cercare la verità, rimane punto fermo.
Il monologo finale e la modernità del messaggio
Il momento più alto del film arriva poi nel lungo monologo di Ulisse, il quale, tra le braccia di Penelope, affiancato da Atena, onora il proprio matrimonio e, insieme, i propri compagni, morti in guerra, piangendoli, per non essere stato in grado di seppellirli con onore. È lì che risiede il fallimento, non nella non vittoria, ma nell'essere venuto meno al rispetto, all'onore. 'E se l'Ulisse che conoscevi avesse perso la strada? E se lui una notte, in una città straniera, avesse visto cose che gli hanno fatto pensare che la casa che conosceva avrebbe potuto non esserci più?' Poi il ricordo diventa Troia. 'Abbiamo violato tutto quello che è sempre stato sacro tra tutti i popoli. E trasformato una battaglia in una caccia'. Ed è nella parte successiva che il monologo assume una modernità sorprendente. 'E se avesse capito, proprio quella notte, mentre attraversava fuochi di caos e di dolore, e nei giorni seguenti di soffocanti festeggiamenti... se avesse capito esattamente che cosa aveva fatto? L'idea di un solo uomo. L'inganno di un solo uomo. Infrangere la legge di Zeus, per sempre. Vivevamo in un mondo di palazzi, e di scambi e di linguaggio, ciechi alla sua bellezza. E lo abbiamo distrutto'.
È impossibile non cogliere quanto queste parole parlino anche al presente. Questo monologo lavora continuamente su due livelli: in superficie è un ragionamento ipotetico su Ulisse, ma in profondità è la confessione morale di un uomo che non sa più se meriti di essere accolto.