Quando il Comune non assicura una raccolta regolare dei rifiuti, molti contribuenti si domandano se siano obbligati a pagare integralmente la Tari. La Cassazione, con l'ordinanza n. 19116 dell'11 giugno 2026, ha fornito una risposta chiara. Non è possibile ottenere l'esenzione totale, ma è consentita una riduzione della tariffa fino all'80% a patto che il disservizio venga dimostrato in modo rigoroso.
Il caso di un ipermercato napoletano e la cartella esattoriale contestata
Una società proprietaria di un ipermercato a Napoli aveva impugnato una cartella esattoriale relativa alla Tari dell'anno 2015, sostenendo che il Comune non garantisse un servizio di raccolta adeguato, tanto da dover ricorrere a ditte private per smaltire parte dei rifiuti. Sia la Commissione tributaria provinciale di Napoli sia la Commissione tributaria regionale della Campania avevano respinto le ragioni della contribuente. La Cassazione ha confermato tale impostazione, rigettando il ricorso e ribadendo che l'aver conferito rifiuti a operatori privati non dimostra automaticamente l'inadempienza del Comune, poiché le attività commerciali producono fisiologicamente anche rifiuti speciali che richiedono smaltimento separato.
Perché il fatto notorio non basta a dimostrare il disservizio
La pronuncia degli Ermellini si fonda sulla ripartizione dell'onere della prova. Secondo l'articolo 2697 del codice civile, chi vuole far valere un diritto deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento. Nel caso della Tari, il Comune deve dimostrare di aver istituito il servizio di raccolta, mentre il contribuente ha l'onere di provare che il servizio non funziona o è svolto in modo irregolare. La semplice invocazione del fatto notorio, cioè la conoscenza diffusa di presunti disservizi, non è sufficiente per ottenere la riduzione. È necessario produrre elementi concreti e documentati.
Quanto si riduce la Tari se il servizio non funziona
La legge 147/2013, all'articolo 1, commi 656 e 657, prevede due distinte ipotesi di riduzione. Se il servizio di gestione dei rifiuti non viene svolto, oppure viene svolto in grave violazione delle regole, o ancora viene interrotto per motivi sindacali o per impedimenti organizzativi che comportino un pericolo per la salute o per l'ambiente, la Tari è dovuta nella misura massima del 20% della tariffa ordinaria. Se invece la raccolta non viene effettuata in una determinata zona del territorio comunale, il tributo scende a non oltre il 40% della tariffa, con una graduazione che il Comune può calibrare in base alla distanza dal punto di raccolta più vicino. In entrambi i casi, come la Cassazione ha già chiarito con l'ordinanza n. 5887/2026 e, in precedenza, con l'ordinanza n. 17334/2020, la riduzione spetta a prescindere da una responsabilità specifica del Comune e anche se il regolamento comunale non la prevede espressamente. Si tratta di un correttivo strutturale legato alla circostanza oggettiva che il servizio non viene erogato correttamente.
Le aree che restano fuori dal pagamento
Un discorso diverso riguarda i locali e le aree che, per loro natura, non possono produrre rifiuti, oppure che risultano oggettivamente inutilizzabili durante l'anno. In questi casi non si parla di riduzione, ma di esclusione dalla base imponibile, sempre che la circostanza sia dichiarata nella denuncia originaria o di variazione e comprovata con elementi oggettivi o documentazione idonea. Restano quindi tassate le superfici concretamente calpestabili e destinate a un uso che genera rifiuti, anche quando altre porzioni dello stesso immobile ne sono esonerate.
Cosa cambia per chi vive un disservizio
Dall'ordinanza si evince chiaramente che documentare il disservizio è indispensabile, attraverso segnalazioni formali, verifiche tecniche, corrispondenza con il Comune o con il gestore del servizio, in quanto non bastano il passaparola o la percezione diffusa di inefficienza. L'obiettivo non è ottenere l'esenzione, quanto piuttosto la riduzione prevista dalla legge, che nei casi di mancato svolgimento del servizio può comunque arrivare fino all'80% del tributo. Per i contribuenti che si trovano in tali situazioni, è consigliabile raccogliere tutte le prove possibili e presentare una richiesta formale al Comune, allegando la documentazione che attesta il disservizio.