WhatsApp ai colleghi salva posto lavoro: sentenza Tribunale Gorizia · Risoluto
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WhatsApp ai colleghi salva il posto di lavoro sentenza Tribunale Gorizia 2026

Di Giacomo Cascio
Sentenza Tribunale Gorizia 2026 salva posto lavoro: chat WhatsApp colleghi evita licenziamento per malattia oncologica

Il Tribunale di Gorizia ha stabilito che una chat WhatsApp inviata ai colleghi può essere sufficiente per informare il datore di lavoro di una grave malattia, impedendo così il licenziamento per superamento del periodo di comporto. La sentenza n. 96 del 28 maggio 2026 ha dichiarato illegittimo il recesso datoriale e disposto la reintegrazione di un lavoratore affetto da patologia oncologica.

Il caso concreto e la comunicazione informale

Un dipendente affetto da cancro non aveva trasmesso direttamente al datore di lavoro la documentazione sanitaria, ma aveva inviato messaggi WhatsApp a due colleghi che, per le loro funzioni aziendali, erano legittimati a ricevere informazioni sullo stato di salute del lavoratore. L'azienda sosteneva che l'assenza di una comunicazione formale impedisse di riconoscere il periodo di comporto più favorevole previsto dal contratto collettivo per patologie gravi.

Il principio della conoscenza sostanziale

Il giudice ha privilegiato un'interpretazione sostanziale, ritenendo che le informazioni trasmesse tramite chat non potessero essere considerate prive di efficacia. Pur in assenza dell'invio diretto dei certificati medici, il Tribunale ha accertato che l'azienda era comunque venuta a conoscenza della grave patologia. Di conseguenza, il lavoratore non poteva essere privato del diritto al comporto più lungo per il solo fatto di aver comunicato la propria condizione con modalità diverse da quelle ordinarie.

Il quadro normativo e la protezione dei disabili

Il periodo di comporto, disciplinato dall'articolo 2110 del codice civile, fissa il limite massimo di assenza per malattia durante il quale il datore non può licenziare. La legge offre una protezione speciale ai lavoratori disabili, come previsto dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e dal D.Lgs. 216/2003, che vieta discriminazioni e impone soluzioni ragionevoli. Tuttavia, la Corte di Cassazione con la sentenza 26956/2025 aveva precisato che le comunicazioni informali non hanno valore medico-legale e non possono sostituire la certificazione sanitaria. Il Tribunale di Gorizia ha ora chiarito che, se l'informazione arriva comunque a soggetti aziendali competenti, la conoscenza sostanziale prevale sulla forma.

Implicazioni pratiche per lavoratori e datori

Questa decisione rafforza la tutela del lavoratore in caso di malattie gravi, ma richiede anche ai datori di lavoro di prestare attenzione a tutti i canali di comunicazione interni. Una chat di gruppo o un messaggio a un responsabile possono diventare prove decisive in sede giudiziale. Per i dipendenti, resta consigliabile inviare la documentazione medica anche formalmente, ma la sentenza offre una rete di sicurezza quando la malattia impedisce procedure burocratiche rigide. La sentenza del Tribunale di Gorizia rappresenta un importante precedente per bilanciare il diritto alla salute con le esigenze organizzative aziendali.

GC

Giacomo Cascio

Giacomo Cascio — Editore di Risoluto.it. Fondatore di Blue Owl, agenzia di marketing locale in Sicilia e ideatore del Metodo Autorità Locale.

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