Milioni di pensionati italiani attendono con attenzione l'inizio del 2027, quando scatterà la prossima rivalutazione degli assegni previdenziali. Le stime, ancora provvisorie, indicano un incremento decisamente più significativo rispetto a quello modesto dell'anno precedente. L'adeguamento automatico delle pensioni al costo della vita, noto come perequazione, si basa sull'indice FOI senza tabacchi calcolato dall'Istat. A novembre verrà reso noto il dato definitivo, ma il Documento di Finanza Pubblica dello scorso aprile prevede un'inflazione media al 2,8 per cento per il 2026, utilizzata come base per l'aumento del prossimo anno.
Il meccanismo di calcolo della rivalutazione
Ogni anno, dal primo gennaio, le pensioni vengono adeguate automaticamente senza alcuna richiesta da parte del beneficiario. Il parametro di riferimento è l'indice FOI, che misura l'inflazione dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, esclusi i tabacchi. Se l'inflazione effettiva si attestasse intorno al 2,8 per cento, come previsto, l'aumento sarebbe quasi doppio rispetto all'1,4 per cento applicato nel 2026. Questo perché la crescita dei prezzi di energia, alimentari e servizi ha ripreso a correre: a maggio 2026 l'indice ha raggiunto il 3,2 per cento su base annua. Senza rivalutazione, una pensione da 1.000 euro varrebbe circa 969 euro in termini reali, una perdita significativa per chi ha un reddito fisso.
Le fasce di importo e le percentuali differenziate
La rivalutazione non è uguale per tutti: varia in base all'importo della pensione rispetto al trattamento minimo Inps, che oggi è di 611,85 euro mensili. Le pensioni fino a quattro volte il minimo, cioè fino a circa 2.447 euro lordi al mese, ricevono il 100 per cento del tasso di rivalutazione. Per gli assegni tra quattro e cinque volte il minimo (fino a circa 3.060 euro), la parte eccedente viene rivalutata al 90 per cento, pari al 2,52 per cento. Oltre le cinque volte il minimo, la quota in eccesso viene rivalutata al 75 per cento, corrispondente a circa il 2,1 per cento. Con un tasso del 2,8 per cento, un assegno da 1.000 euro aumenterebbe di 28 euro lordi, portandosi a 1.028 euro. Per una pensione da 2.000 euro, l'aumento sarebbe di 56 euro, mentre per un assegno da 3.000 euro si arriverebbe a un incremento di circa 81,9 euro, fino a 3.081,9 euro. Chi ha una pensione da 5.000 euro vedrebbe un aumento di circa 123,9 euro, raggiungendo 5.123,9 euro lordi mensili. Questi valori sono al lordo delle ritenute fiscali: l'effettivo netto in busta paga dipenderà dall'aliquota Irpef applicata.
Le prestazioni assistenziali e gli aumenti previsti
La rivalutazione riguarda anche le prestazioni assistenziali come la pensione minima, l'assegno sociale e le pensioni di invalidità civile. Con un tasso del 2,8 per cento, il trattamento minimo passerebbe da 611,85 euro a circa 628,98 euro, con un incremento di oltre 17 euro. Tuttavia, per il 2027 c'è un'incognita: la maggiorazione straordinaria che nel 2026 porta la pensione minima a 619,80 euro è una misura temporanea e, senza una proroga in legge di Bilancio, non sarà automaticamente confermata. L'assegno sociale, destinato agli over 67 senza contributi, salirebbe da 546,24 euro a circa 561,54 euro, con un conseguente aumento dei limiti di reddito per accedervi: la soglia personale passerebbe da 7.101 a circa 7.300 euro annui. Per le pensioni di invalidità civile, l'importo ordinario crescerebbe da 338 a circa 347,46 euro; per i ciechi assoluti non ricoverati, da 365,53 a 375,77 euro; per i ciechi parziali, da 224,30 a circa 230,58 euro. Questi adeguamenti sono fondamentali per preservare il potere d'acquisto delle fasce più vulnerabili.