Un padre romano riceverà un risarcimento di oltre 156.000 euro per aver subito, per anni, l'impedimento sistematico della madre a vedere il proprio figlio. La sentenza della Corte d'Appello di Roma rappresenta un precedente significativo nel diritto di famiglia italiano, mettendo nero su bianco che il comportamento ostruzionistico di un genitore costituisce un illecito endofamiliare, punibile anche economicamente.
La vicenda giudiziaria: dal 2014 alla Cassazione
La storia inizia quando il figlio aveva appena tre anni. Dopo la separazione, il padre ha avviato un contenzioso infinito per vedere il bambino, ma ogni tentativo è stato vanificato dall'opposizione della madre. Già nel 2014 un decreto del Tribunale di Roma riconosceva al padre il diritto di frequentazione, ma la madre ha continuato per anni a ostacolare gli incontri. Nel 2019 il Tribunale per i minorenni aveva disposto il collocamento del figlio presso il padre, ma la decisione è rimasta inapplicata. Nel 2021 la madre è stata dichiarata decaduta dalla responsabilità genitoriale, senza però che il provvedimento avesse effetto pratico. Il risultato è stato un rapporto padre-figlio quasi inesistente: dal 2016 l'uomo ha visto il ragazzo solo per quattro ore complessive. Nel 2025 la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per non aver protetto la vita familiare del padre.
La Cassazione e la distinzione tra sindrome e condotta concreta
L'ordinanza n. 29690/2024 della Corte di Cassazione ha fatto chiarezza. Pur avendo in precedenza ritenuto la sindrome da alienazione parentale una teoria priva di fondamento scientifico (ordinanza n. 286/2022), la Suprema Corte ha riconosciuto l'esistenza di condotte concrete di un genitore volte a impedire all'altro di esercitare il proprio ruolo. I giudici hanno sottolineato che non conta l'etichetta clinica, ma il comportamento accertato nei fatti. Sulla base di questo principio, la Cassazione ha rinviato alla Corte d'Appello di Roma per la quantificazione del danno, ai sensi dell'articolo 709 ter del Codice di procedura civile.
Il risarcimento e il principio di bigenitorialità
I giudici d'appello hanno calcolato il risarcimento in poco più di 156.000 euro, cui si aggiungono circa 20.000 euro di spese legali. Per la stima si sono basati sulla tabella dell'Osservatorio sulla giustizia civile di Milano, adattata al caso specifico. La sentenza ha qualificato la condotta della madre come illecito endofamiliare, un danno che si consuma all'interno della famiglia e che merita tutela giuridica al pari di qualsiasi altro illecito. Al centro della decisione c'è il principio di bigenitorialità, il diritto-dovere di entrambi i genitori a partecipare alla crescita dei figli, che non può essere messo in discussione da scelte oppositive di uno dei due, fatti salvi i casi gravi e documentati.
Il nodo del rifiuto del figlio e il valore oltre il denaro
Resta aperta una domanda: cosa accade quando, dopo anni di lontananza forzata, è il ragazzo a non voler più vedere il padre? Nessuna sentenza può imporre un affetto o ricostruire un legame interrotto. L'avvocato del padre ha dichiarato che il riconoscimento economico non restituisce i momenti di quotidianità e affetto persi. Il danno è irreversibile anche per il figlio, privato della presenza di un genitore. Tuttavia, questa sentenza manda un segnale forte: chi ostacola il rapporto genitoriale deve risponderne concretamente, anche sul piano patrimoniale.