Un pomeriggio di ordinaria violenza ha interrotto il corso della mostra "The Collapse of Democracy – States of Injustice, Chapter 2" allestita nella Galleria Rosso20sette, in via del Sudario 39, nel cuore di Roma. Tre uomini incappucciati hanno fatto irruzione nello spazio espositivo e, dopo aver immobilizzato e minacciato il gallerista Stefano Ferraro, hanno imbrattato tutte le opere in mostra. L'artista Laika, nota per i suoi interventi sui muri della capitale rigorosamente a volto coperto, ha definito l'accaduto "un fatto gravissimo" e lo ha catalogato senza esitazioni come un'aggressione di matrice squadrista.
Il racconto del gallerista sotto minaccia
Secondo la ricostruzione fornita, i tre si sono presentati in pieno giorno e hanno costretto Ferraro a restare fermo mentre deturpavano la tela e le installazioni esposte. "Hanno usato le minacce per impedirmi di intervenire", ha spiegato il gallerista, sottolineando che l'attacco non è stato rivolto soltanto alle opere ma anche alla possibilità stessa di ospitare un luogo di confronto. Una galleria, ha aggiunto, deve poter restare uno spazio aperto, capace di accogliere anche lavori scomodi e provocatori, senza che questo diventi un pretesto per la violenza.
Laika risponde agli aggressori
Lontano dal ritirarsi, l'artista ha trasformato l'episodio in una rivendicazione. Rivolgendosi direttamente agli autori del blitz ha scritto che, se l'intento era spaventarla, il risultato è stato l'opposto e ha confermato la sua convinzione di stare dalla parte giusta della storia. Tra le opere danneggiate figura il ritratto di Martin Luther King, sul quale campeggia la frase "L'odio distrugge chi odia". Laika ha parlato di un tempo in cui violenza, censura e repressione sembrano all'ordine del giorno e in cui una parte politica del Paese normalizza comportamenti che altri credono di poter compiere nella totale impunità. Il suo messaggio finale è un invito alla mobilitazione, tra piazze, muri e gallerie.
Le opere e il viaggio negli Stati Uniti
La mostra, inaugurata il 10 ottobre e visitabile fino al 14 novembre, è curata dal Team 1954 e raccoglie una ventina di lavori tra tele, opere su carta e installazioni. Il progetto nasce dal secondo viaggio di Laika negli Stati Uniti e indaga le contraddizioni della società americana, le ingiustizie strutturali e le politiche dell'amministrazione Trump. Accanto alle opere di denuncia trovano spazio gli omaggi a figure e movimenti impegnati nella difesa dei diritti civili, oltre a lavori di sostegno alla causa palestinese. L'esposizione prosegue idealmente il percorso avviato nel 2023 con "States of Injustice, Chapter 1".
Solidarietà dal mondo dell'arte
All'indomani dell'aggressione sono arrivati numerosi messaggi di solidarietà da esponenti della politica, dello spettacolo e dell'arte. Tra questi spicca quello di Shepard Fairey, l'artista noto come Obey che Laika aveva incontrato a Los Angeles. Un sostegno che rafforza la lettura dell'episodio come attacco alla libertà di espressione e non come semplice atto vandalico isolato. La vicenda romana si inserisce in un clima di tensione crescente attorno alle opere che affrontano temi politici e sociali sensibili, un fenomeno che negli ultimi mesi ha riguardato diverse realtà espositive italiane.
Un attacco alla libertà di espressione
La vicenda solleva interrogativi che vanno oltre il singolo danneggiamento. La mostra romana era nata proprio per raccontare le derive autoritarie e le disuguaglianze di un modello sociale, e proprio questa vocazione critica è finita nel mirino. Il fatto che l'irruzione sia avvenuta alla luce del sole, con il gallerista immobilizzato e le opere imbrattate una per una, suggerisce una volontà precisa di intimidire chi espone contenuti scomodi. Laika ha ribadito di essere più forte di prima e ha invitato a non cedere alla paura, mentre la galleria si prepara a valutare i danni e a capire se e come riallestire il percorso espositivo prima della chiusura prevista. Nel frattempo, la domanda che resta sul tavolo riguarda le misure di tutela per gli spazi culturali indipendenti, spesso lasciati soli di fronte a pressioni e minacce che non sempre trovano risposte adeguate.