Dal 15 luglio 2026 entra in vigore in Italia un nuovo decreto del Ministero delle Imprese e del Made in Italy che modifica radicalmente le modalità di comunicazione della shrinkflation, la pratica commerciale che riduce la quantità di un prodotto mantenendo invariato il prezzo. La normativa, attesa da mesi e più volte rinviata, impone ora ai produttori e ai distributori di trasmettere ai rivenditori una comunicazione standardizzata contenente tutte le informazioni relative alla modifica del prodotto, compresa la percentuale di aumento del prezzo unitario conseguente alla riduzione della quantità. Spetterà poi ai punti vendita, sia fisici sia online, informare i consumatori attraverso appositi avvisi esposti nei primi tre mesi dalla commercializzazione della nuova confezione.
Il percorso travagliato della norma sulla shrinkflation
La legge italiana contro la shrinkflation ha una storia complessa. Già nel 2024 il Governo aveva introdotto l'articolo 15 bis del Codice del consumo, che imponeva l'obbligo per i produttori di apporre sulla confezione una dicitura ben visibile in caso di riduzione della quantità a parità di imballaggio. La misura, inizialmente prevista dal 1° aprile 2025, non è mai entrata in vigore a causa dell'intervento della Commissione europea, che ha ritenuto la disciplina italiana sproporzionata rispetto agli obiettivi. Il Governo è stato quindi costretto a rivedere la norma, rinviandone l'applicazione fino al nuovo decreto di luglio 2026.
La soluzione adottata ora sposta l'onere informativo dalla confezione al punto vendita, un compromesso che cerca di bilanciare la trasparenza per il consumatore con le esigenze dei produttori. Secondo le stime del Codacons, la shrinkflation interessa un mercato che in Italia vale circa 120 miliardi di euro all'anno, con aumenti occulti dei prezzi medi compresi tra il 10% e il 18%, con punte fino al 40% in alcuni casi. I prodotti più colpiti sono alimentari come cereali, yogurt, gelati, snack, biscotti, fette biscottate, salse pronte, formaggi confezionati e bibite, ma il fenomeno riguarda anche detersivi, carta igienica, shampoo e dentifrici.
Skimpflation: un'altra insidia per i consumatori
Parallelamente alla shrinkflation, si sta diffondendo anche la skimpflation, una pratica meno evidente ma altrettanto dannosa. In questo caso il prezzo e il peso del prodotto rimangono invariati, ma il produttore riduce i costi sostituendo ingredienti di qualità con altri meno pregiati. Esempi frequenti sono la sostituzione del burro o dell'olio extravergine d'oliva con margarina o olio di palma, l'impiego di uova in polvere al posto delle uova fresche, e la riduzione della percentuale di carne nei piatti pronti compensata con acqua e addensanti. Il consumatore paga lo stesso prezzo per un prodotto di qualità inferiore, senza potersene accorgere.
Conseguenze ambientali della shrinkflation
Oltre all'impatto economico, la shrinkflation ha anche effetti negativi sull'ambiente. La riduzione delle quantità contenute nelle confezioni costringe i consumatori ad acquistare più spesso lo stesso prodotto, aumentando il numero di imballaggi prodotti, trasportati e smaltiti. Ciò genera un incremento dei rifiuti e delle emissioni lungo l'intera filiera, dalla produzione al riciclo. Secondo il Codacons, anche ipotizzando un incremento minimo dello 0,1% annuo sui prezzi dei beni di largo consumo, negli ultimi quindici anni il costo aggiuntivo per le famiglie italiane avrebbe raggiunto circa 1,8 miliardi di euro.